Everyman

Secondo appuntamento con #LaScalatadeiRoth che prevede di leggere (in un arco di tempo non definito) tutti i romanzi di Philip Roth.

Everyman prende ispirazione da un morality play inglese del tardo XV secolo in cui si metteva in scena la chiamata di tutti i viventi alla morte. E’ una piccola perla di 123 pagine in cui Roth pone abilmente l’accanto su tematiche difficili quali la vecchiaia, la malattia e la morte.

La narrazione inizia con il funerale dell’anonimo protagonista (perché everyman, in fin dei conti, siamo proprio tutti noi) e prosegue con l’esposizione delle vicende più significative della sua esistenza.

Roth ha voluto focalizzarsi su quella che è la fase più crudele della vita, ossia la sua chiusura: la percezione è proprio quella di accompagnare il protagonista durante la resa dei conti della sua esistenza, affaticata dalla malattia e dalla consapevolezza che tutto ciò che è sempre stato sta per finire.
Consente di dare parola all’essere anziano oggi, all’essere un corpo handicappato che dà voce ad una mente che ancora vorrebbe, all’essere un peso, al non sapere che posto si abbia nel mondo.

«Quando sei giovane è l’esterno del corpo che conta, l’aspetto che hai esternamente. Quando invecchi, ciò che conta è quello che c’è dentro, e la gente smette di badare all’aspetto che hai.»

Uno struggente bilancio che ci pone davanti all’inevitabile fine. Gli errori, le strade non intraprese, le paure, le scelte azzardate si ripresentano tutte schierate in attesa di giudizio. Un giudizio che resterà tuttavia silente, consapevoli del fatto che, ormai, ciò che fatto è fatto e nulla si può disfare.

«E’ impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono, tenere duro e prendere le cose come vengono.»

Non ci sono barlumi di speranza, il corpo è una macchina ormai troppo logora, la consapevolezza diviene un nodo alla gola via via sempre più stretto.
La morte del protagonista è l’evento certo fin dall’apertura del romanzo, conscio al protagonista stesso, ma alla 123esima pagina mi sono comunque stupita, come se ci fosse in me una briciola di delusione nel constatare la desolante fragilità dell’esistenza umana.

«Perché per lei è come per ognuno. Perché la più inquietante intensità della vita è la morte. Perché la morte è così ingiusta. Perché quando uno ha gustato il sapore della vita, la morte non sembra neppure una cosa naturale. Io credevo, dentro di me ne ero certo, che la vita durasse in eterno.»

 

★★★★☆

 

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