Maus di Art Spiegelman

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Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
(Questa  frase si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau)

La realtà dell’Olocausto mi ha da sempre profondamente segnato, fin da quando, a dieci anni, iniziai a leggere Diario di Anne Frank. Ai tempi facevo fatica a comprendere il perché degli eventi, a dare un senso alle vicende. D’altronde, nelle fiabe i buoni vincono sempre ed i cattivi non sono mai così cattivi. Mi informavo, leggevo, cercavo fotografie, chiedevo ai miei nonni cosa fosse davvero la seconda guerra mondiale. Ad oggi la maturità e gli studi di psicologia mi offrono qualche risposta in più ma, nonostante tutto, quel nodo a livello dello stomaco è sempre presente ogni volta che si parla di genocidio.

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Maus è un romanzo a fumetti che mi ha messa al muro. E’ davvero difficile per me, ora, a fine lettura, trovare le parole.
Art Spiegelman (1948) iniziò a lavorarvi dagli anni ’70, per poi pubblicarlo a puntate tra il 1980 ed il 1991 tramite la casa editrice statunitense Raw (fondata dallo stesso Spiegelman e dalla moglie Françoise Mouly). Le edizioni iniziali, compresa quella italiana a cura della casa editrice Milano Libri, presentavano l’opera divisa in due volumi: Mio padre sanguina storia (6 capitoli) in cui viene presentato il protagonista, Vladeck (padre dell’autore), ed in cui si mostra l’inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei in Polonia degli anni precedenti allo scoppio della guerra e E qui sono cominciati miei guai (5 capitoli) in cui le atrocità dell’Olocausto emergono in tutta la loro brutalità.
Dal 2000 la casa editrice Einaudi ha messo in commercio un unico volume, la cui ultima edizione si preoccupa, mediante un’accurata traduzione, di trasmettere non solo informazioni di contenuto ma anche tutte le sensazioni che il testo in lingua originale, narrato dalla parlata ebraico-newyorkese di Vladeck, suscitava nel lettore.

Maus è una graphic novel autobiografica che si sviluppa su due livelli: il primo, ambientato durante gli anni della stesura del romanzo, in cui emergono sia aspetti relativi al difficile rapporto tra Art ed il padre sia le conseguenze che la pubblicazione di Mio padre sanguina ha sull’autore; il secondo, conoscibile grazie ai flashback generati dal racconto di Vladeck, è ambientato durante gli anni della guerra e narra la faticosa vita di Vladeck e Anja (genitori di Art), delle loro famiglie e di tutti gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Passato e presente sono costantemente intrecciati, le conseguenze dell’Olocausto sono intergenerazionali e per le generazioni successive non voltarsi indietro, non chiedere, è impossibile. Art cerca di dare forma alle atroci cicatrici nell’animo del padre senza tuttavia voler dare una chiave di lettura particolare. Disegna e scrive per mostrare. Non c’è altro da aggiungere.
L’orrore non ha bisogno di altro, basta a sé stesso.

Interessante e struggente la scelta di rappresentare i personaggi mediante la metafora del mondo animale: gli ebrei sono topi, i tedeschi sono gatti, gli americani sono cani, i polacchi sono maiali ed i francesi sono rane. In realtà dietro a questa scelta allegorica che a primo impatto potrebbe sembrare banale c’è una serie di rimandi culturali e letterali che solo dopo essermi minuziosamente informata ho potuto cogliere e comprendere a pieno.

“Mickey Mouse è il più miserevole ideale mai esistito… I sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e a ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo, il peggiore portatore di malattie del regno animale, non può essere il tipo ideale di animale… Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!” 
da un articolo di giornale, Pomerania, Germania, a metà degli anni Trenta

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 “I simboli che uso per le diverse nazionalità in questo libro non sono i miei. Li ho presi in prestito dai Tedeschi (…) Il vero soggetto del libro è l’uguaglianza tra gli esseri umani. E’ una follia separare nettamente le cose con demarcazioni di carattere nazionale o razziale.”
Art Spiegelman durante un’intervista

Il bianco ed il nero di cui sono composte tutte le tavole valorizzano ulteriormente la drammaticità di ciò che si sta leggendo, rendendo Maus estremamente realistico e doloroso. I disegni sono ricchi di dettagli, il tratto scuro e deciso taglia la pagina e, con lei, anche noi.

In questo libro Spiegelman vuole realizzare la sua vendetta personale contro i colpevoli dell’orrore che ha distrutto la vita dei suoi genitori, rendendoli incapaci di stabilire un rapporto funzionale con lui. A tal proposito, l’ultima tavola del libro (pp. 292) è, forse, la più straziante di tutte poiché conferma come, dopo aver vissuto certe crudeltà, l’essere sopravvissuti sia totalmente relativo.

Non trovo nessun motivo per rimandare la lettura di questo romanzo a fumetti.
E’ meraviglioso in tutta la sua sofferenza.

★★★★★

 

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L’animale morente

 

 

  Consumami il cuore; malato di desiderio 
     E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.
Byzantium – W. B. Yeats

Roth è un colpo di fulmine letterario.
Una volta che lo scopri non ne puoi più fare a meno.

L’animale morente, con le sue 113 pagine, racconta la storia del famoso professor David Kepesh e del suo incontro con la giovane studentessa Consueta Castillo. Non fatevi ingannare, non c’è nulla di banale o scontato. Non è solo una storia di sesso, non è solo una storia d’amore che fa fatica a riconoscere l’alterità, non è solo una storia di un uomo incapace di assumere il ruolo di marito e di padre, non è nemmeno solo una storia di una vita. E’ tutto questo, certo, ma molto di più.
L’abilità di Roth sta nell’essere riuscito a racchiudere in un così esiguo numero di pagine un mondo immenso. La psicologia dei personaggi è minuziosamente definita, la sofferenza che caratterizza alcuni eventi è palpabile, dilania il lettore lasciandolo inerme.

Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa.

Lacci

 

La mia passione per le dinamiche familiari è ormai nota, ci sto costruendo una vita professionale attorno. Durante le terapie familiari a cui assisto nel mio ruolo di tirocinante emergono sempre tanti sentimenti: sofferenza, senso di colpa, gratitudine, paura, accondiscendenza, gioia; tutta questa carica emotiva si incanala in una sola via, quella dei legami familiari. La famiglia ci influenza nel bene e nel male e ad essa saremo sempre correlati. Anche, per esempio, la volontà di rompere totalmente con le proprie origini comporterà una costante messa in gioco di esse mediante un’ottica di diniego e rifiuto. Ciò che noi siamo, siamo stati e saremo dipenderà sempre da quello che è accaduto a coloro che ci hanno preceduto, come gocce di rugiada che cadono dai rami ed riempiono lo stesso vaso di Pandora. In terapia il vaso di Pandora lo si apre insieme ed insieme lo si cerca di affrontare nella sua totalità, Starnone ha invece messo il vaso di Pandora nero su bianco, parola dopo parola, intessendo una rete di sentimenti così straziatamente umani da lasciarci inermi.
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Lacci è infatti la storia di una famiglia analizzata da tre diversi punti di vista: tutti i membri della famiglia nucleare danno voce al proprio modo di percepire la medesima realtà, senza filtri e censure.
Parla di un matrimonio, di tentativi di cucirlo, scucirlo, rammentarlo e, soprattutto, parla di tutte quelle emozioniche circondano i vari fili della medesima e dolorosa tela.
La prima parte è esposta in forma epistolare e la voce narrante, nonché mittente delle lettere, è Vanda, la moglie. Si evince che il marito l’abbia lasciata per un’altra donna molto più giovane di lei. L’abbandono e la conseguente sofferenza sono aspetti che subito colpiscono l’occhio ed il cuore del lettore. Si stanno leggendo le parole di una donna dilaniata dal dolore, che tenta di alzare la testa ma, poco dopo, la riabbassa, sfinita.
La seconda parte del romanzo prende i lineamenti del marito, uomo di base inetto, che tenta più o meno subdolamente di non assumersi responsabilità alcuna nel costante tentativo di mantenere il proprio benessere sull’altare.
La terza ed ultima parte dà infine voce ai figli, spettatori apparentemente silenziosi e passivi delle dinamiche dei genitori.

 

«Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara solo perché l’hai semplificata.»
La realtà è questa: tale romanzo l’ho adorato e divorato.
La prosa di Starnone è straordinaria, la sua capacità di analizzare la psicologia dei personaggi, sviscerando i loro vissuti anche mediante un’ottica intergenerazionale (aspetto essenziale se si vuole trattare tematiche familiari), è degna di nota. I personaggi sono così reali, così umani, da risultare quasi antipatici. Sì, antipatici. E forse questa è l’unica pecca di Lacci: non c’è speranza in queste dinamiche, non c’è un’azione propositiva, non c’è gratuità, non c’è gioia di vivere. C’è solo il seme del male, della vendetta e dell’inerzia che passa dai genitori ai figli.
Vi è una figura femminile da una struttura di personalità depressa con tratti passivo-aggressivi. Si ciba della vendetta, incurante del benessere suo, dei suoi figli, di suo marito.
«Dopo un po’, certo, si ricompose, si ricomponeva sempre. Ma ad ogni ricomposizione sentivo che aveva perso qualcosa di sé.»
La figura maschile è invece caratterizzata da una costante inerzia, da un rifiuto delle responsabilità di adulto, di marito, di padre. Ciò che li accomuna è la totale assenza di alterità. La sofferenza ed i sacrifici degli altri non li vedono, troppo concentrati su sé stessi, nel bene e nel male; e senza alterità non c’è speranza, ricordiamolo. Li accomuna anche un’estrema insicurezza: lei si appiglia a lui sempre e costantemente, nel bene e nel male; Vanda senza suo marito non sarebbe Vanda. Lui d’altro canto si appiglia a tutto ciò che nel qui ed ora gli appare più sicuro: la moglie, l’amante, il lavoro, ciclicamente. Non c’è comunicazione, non c’è rispetto né di sé né dell’altro. C’è solo una totale passività, un lasciarsi vivere.
Anche il ruolo genitoriale ed educativo ha un aspetto cruciale. Essi fanno, infatti, tutto ciò che non si dovrebbe fare durante una separazione: mettono tra loro i figli, un po’ come scudo, un po’ come arma, un po’ come alleati. Non essendoci né alterità né comunicazione non c’è cogenitoralità e, come precedentemente detto, il seme del male diviene intergenerazionale.
Certo, il finale nel suo totale stupore, dà un barlume di speranza sebbene avvenga nella totale tempesta.
«C’è una distanza che conta più dei chilometri e forse degli anni luce, è la distanza dei cambiamenti.»

Otello

Oggi ho voglia di esporvi qualche pensiero random sulla lettura di Otello che, come tutti i personaggi di Shakespeare, è estremamente umano in tutte le sue debolezze.

Otello è una tragedia di Shakespeare scritta intorno al 1603 e potremmo sottotitolarla con Gelosia canaglia. Non è un caso se la sindrome psicotica che prevede la morbosa ed ossessiva convinzione che il proprio partner sia infedele, spesso accompagnata da comportamenti violenti, venga chiamata “Sindrome di Otello”.

Otello è un personaggio con tratti particolari, opposti ai classici canoni dell’eroe: è nero, vecchio, non più quello che si considera “un avvenente uomo” e dalla storia travagliata e combattuta. Desdemona, una meravigliosa fanciulla proveniente da un’aristocratica famiglia, si innamora di lui attraverso i suoi racconti e, in gran segreto, si sposano. Il loro amore è tuttavia minacciato da Iago, alfiere di Otello. Egli è un personaggio a mio avviso straordinario: ha un’ironia sprezzante, una dialettica tagliente, è diabolico nella progettazione del suo piano di vendetta e detiene il seme del male: sarà proprio lui a far germogliare nell’animo di Otello la morbosa gelosia che caratterizzerà poi le vicende degli ultimi tre atti della tragedia.

Iago: “Guardatevi dalla gelosia, mio signore! È un mostro dagli occhi verdi che si diletta Col cibo di cui si nutre.” – Atto III, Scena III

Iago è dunque considerato il cattivo per antonomasia, tuttavia ritengo che analizzando la tragedia su un altro piano di lettura, sebbene la crudeltà di Iago sia esplicita, la feroce gelosia di Otello non sia giustificata né dalle azioni della povera Desdemona né dalle parole dello stesso Iago: Otello ha infatti insita nella sua natura un’insicurezza ed una fragilità che gli impediscono di opporsi alle allusioni del suo alfiere. I dubbi che Iago cerca di insinuare nella sua mente sono già presenti, il terreno su cui Iago semina è un terreno fertile.

Curioso è anche il modo con cui Desdemona accetta ed affronta la morte, come se si stesse preparando ad una notte d’amore, totalmente coinvolta dalla personalità di per sé violenta e cupa del marito, la medesima personalità che l’aveva fatta innamorare. L’associazione con le vicende di femminicidio che riempiono ad oggi le pagine di cronaca è immediata.
Questa tragedia offre spunti di riflessione su diversi argomenti: sull’accettazione dell’altro come “altro da me” e dunque indipendente dal mio solo volere, totalmente assente nei casi di violenza di genere; sull’origine e sullo sviluppo della gelosia e della vendetta (spesso strettamente correlate), sul “dove è davvero insito il male?” Nella calunnia Iago? Nella debolezza di Otello? Nella passiva accettazione di Desdemona?

Otello: Io ti ho baciato prima di ucciderti; ora che mi sono dato la morte  non posso che morire, in un tuo bacio. – Atto V, Scena II.

Onestamente la Tragedia di Otello mi è piaciuta da morire (giusto per restare in tema): il ritmo incalzante ed il repentino susseguisi di eventi facilitano la lettura, la caratterizzazione dei personaggi è notevole, la trama è quella tipica della tragedia Shakespeariana e no, non può non piacere.

Iago: “Virtù un cavolo! Sta solo in noi essere così o cos’altro. Il nostro corpo è un orto e l’ortolano è il nostro volere. Sia che vogliamo piantare ortiche o seminare lattughe; metter l’issopo o sradicare il timo; coltivarlo a una sola o a infinite specie d’erbaggi; lasciarlo andare a scento per pigrizia o concimarlo e farlo fruttare a dovere: la potestà e il magistero di tutto questo sta nel nostro arbitrio.” – Atto I, Scena III

Macbeth

Macbeth è tra i più conosciuti drammi di Shakespeare, nonché tragedia più breve, composta da cinque atti e composta indicativamente tra il 1905 ed il 1906. Si apre con l’apparizione delle tre Streghe, chiamate anche Sorelle Fatali, personaggi poco realistici, quasi mistici che nelle prima battute progettano di incontrare Macbeth in seguito ad una battaglia. Sono personaggi singolari che fanno immediatamente trasparire una realtà tetra ed ambigua.

Bello è il brutto e brutto il bello: Voliamo per la nebbia e l’aria lurida.  – Atto I, Scena I

Questa enigmatica frase è quella con cui le streghe si congedano dalla primissima scena di Macbeth e fa emergere immediatamente i contenuti dell’intera tragedia: si assiste infatti ad uno stravolgimento dei valori, ad una deformazione della realtà con la conseguente perdita di ogni certezza. I contrasti semantici, ben chiari in questa battuta (bello-brutto) sono una sorta di colonna portante dell’intera tragedia e consentono di mantenere un clima di costante oscura confusione.
Il successivo incontro delle sorelle fatali con Macbeth e l’amico Banquo rappresenta quello che si può definire il “punto di non ritorno” di tutta la storia: le tre streghe, infatti, con toni vaghi tipici delle profezie, chiamano Macbeth con i titoli di conte di Glamis, conte di Cawdor ed infine re di Scozia; mentre a Banquo confidano che egli non regnerà ma sarà padre di una discendenza di re.

E’ questa corsa al potere ed alla corona che comporterà per il protagonista del dramma shakespeariano l’avviarsi di un circolo vizioso di complotti ed omicidi. All’interno di questo disfunzionale contesto Lady Macbeth, donna ambiziosa e apparentemente senza scrupoli (mi ricorda un po’ la regina Cersei de Le cronache del ghiaccio e del fuoco), avrà un ruolo cruciale. Ella, infatti, farà leva sullo spirito facilmente influenzabile del marito per riuscire a raggiungere i suoi obiettivi attraverso i mezzi più sanguinosi e disumani.

Interessante è il monologo in cui invoca gli spiriti del male affinché le diano la forza necessaria per compiere le azioni progettate senza paura e ripensamenti:

Venite, o Spiriti che v’accompagnate ai pensieri di morte, e in questo punto snaturate in me il sesso, e colmatemi da capo a piedi, fino a traboccarne, della più spietata crudeltà! Rendete più denso il mio sangue, sbarrate ogni accesso o passaggio alla compassione; così che nessuna visita contrita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce proposito, e venga a metter pace fra questo e la sua esecuzione!
Lady Macbeth – Atto I, Scena VI

L’aspetto più intrigante dell’intera vicenda è, a mio parere, il fatto che i veri antagonisti siano i fantasmi della coscienza di Macbeth e della moglie, i quali trasformeranno i protagonisti da assassini ambiziosi a eroi tragici, alle prese con i tormenti costanti del loro personale inferno interiore.
Si rivelano personaggi totalmente umani, con pulsioni, desideri e paure reali, incapaci di non essere soggiogati dalla brama del potere ma altrettanto inadeguati nell’affrontare le conseguenze che la via che hanno deciso di percorrere comporta, perché ad ogni piccolo crimine ne sussegue un altro, e poi un altro, e poi un altro ancora. La ciclicità della crudeltà umana è un aspetto, purtroppo, estremamente quotidiano e la tragedia di Macbeth sembra essere un invito ad utilizzare sempre la ragione e la forza di volontà per vincere non sugli altri, bensì su sé stessi e sulle nostre pulsioni più primordiali e disfunzionali.