Follia

follia

Patrick McGrath è uno scrittore inglese contemporaneo, figlio di uno psichiatra che lavorò per molti anni presso manicomi criminali e che pertanto respirò a fondo, fin dalla prima infanzia, il contesto della malattia mentale.
L’autore, nel presente romanzo, sfrutta tutta la sua esperienza diretta per far assumere al lettore una prospettiva nuova, quella del medico psichiatra che sa, osserva, ipotizza e infine agisce.

Follia è il suo primo romanzo che leggo e me ne sono immediatamente innamorata.
Quattro elementi per spiegare la trama (come al solito non amo soffermarmi su questo aspetto, per i più curiosi vi rimando qui , alla quarta di copertina): un manicomio psichiatrico, un’equipe di specialisti, la famiglia di uno psichiatra, un paziente con una diagnosi di disturbo di personalità paranoide ed un violento uxoricidio alle spalle.
Mettete tutti gli elementi in un barattolo, chiudete il coperchio, scuotete con forza: quello che risulterà saranno duecentonovantasei pagine di ammalianti tornenti.

Ho notato che la mia chiave di lettura è stata diversa da quella della maggior parte delle persone (deformazione professionale?): non considero infatti questo romanzo come la prova del “fin dove l’amore può arrivare”, anzi.
Non credo che Follia tratti d’amore, tutt’altro. Follia a mio parere parla della malattia mentale, di come talvolta essa possa essere palese, come nei disturbi psichiatrici (ed il povero Edgar Stark ne è la prova, con i suoi deliri, le sue ossessioni, la sua violenza) e di come invece, talvolta, essa possa essere più subdola ma comunque presente (come nel caso della bella Stella Raphael). Stella presenta una personalità fragile fin dal principio, per motivazioni a noi sostanzialmente sconosciute, precedenti alle vicende narrate. L’incontro con Edgar è come se avesse dato il via ad un effetto domino in un contesto che era già di per sé a rischio. Su questo punto spero di essere chiara: la malattia mentale non nasce dall’oggi al domani ma si sviluppa su un terreno fertile, affaticato per altri mille motivi più o meno passati (vedi teoria dell’attaccamento, vedi MOI, vedi strutture e funzionamento della personalità).

Non sapeva descrivermi cosa si erano detti senza parlare in quei pochi secondi, prima che il loro pensiero tornasse a banalità […] In quell’attimo sospeso, nel patto che avevano stretto senza parole, Stella aveva sentito infrangersi i loro ego separati, e le loro identità fondersi l’una nell’altra: adesso fra lei e Edgar non c’era più differenza, ormai erano una cosa sola, erano, come aveva detto? Inseparabili…

Non è pertanto un romanzo sulle conseguenze dell’amore ma sulle mille sfumature della malattia mentale.

wp-image-1372978501jpg.jpg

Molto interessante anche la figura di Peter Cleave, il medico psichiatra (nonché voce narrante) che terrà in cura sia Edgar sia Stella. Ho notato fin da subito tracce di onnipotenza rispetto alla sua figura professionale ma, l’aspetto forse più intrigante del personaggio, ritengo sia l’aver mostrato quanto sia difficile separare la vita privata da quella lavorativa: nel rapporto con Stella, infatti, i sentimenti e le vicende antecedenti la sua malattia confondono la mente del medico e, conseguentemente, lo portano ad effettuare diagnosi parzialmente errate.

La tragedia è un aspetto della vita meno raro di quanto a volte si creda.

Riassumendo:
E’ un libro che si legge tutto d’un fiato? Assolutamente sì.
E’ un libro con molteplici livelli di lettura? Assolutamente sì.
E’ un libro emotivamente forte? Assolutamente sì.
Lo consiglio? Assolutamente sì.

★★★★☆

Maus di Art Spiegelman

220px-maus-svg

Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
(Questa  frase si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau)

La realtà dell’Olocausto mi ha da sempre profondamente segnato, fin da quando, a dieci anni, iniziai a leggere Diario di Anne Frank. Ai tempi facevo fatica a comprendere il perché degli eventi, a dare un senso alle vicende. D’altronde, nelle fiabe i buoni vincono sempre ed i cattivi non sono mai così cattivi. Mi informavo, leggevo, cercavo fotografie, chiedevo ai miei nonni cosa fosse davvero la seconda guerra mondiale. Ad oggi la maturità e gli studi di psicologia mi offrono qualche risposta in più ma, nonostante tutto, quel nodo a livello dello stomaco è sempre presente ogni volta che si parla di genocidio.

15171726

Maus è un romanzo a fumetti che mi ha messa al muro. E’ davvero difficile per me, ora, a fine lettura, trovare le parole.
Art Spiegelman (1948) iniziò a lavorarvi dagli anni ’70, per poi pubblicarlo a puntate tra il 1980 ed il 1991 tramite la casa editrice statunitense Raw (fondata dallo stesso Spiegelman e dalla moglie Françoise Mouly). Le edizioni iniziali, compresa quella italiana a cura della casa editrice Milano Libri, presentavano l’opera divisa in due volumi: Mio padre sanguina storia (6 capitoli) in cui viene presentato il protagonista, Vladeck (padre dell’autore), ed in cui si mostra l’inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei in Polonia degli anni precedenti allo scoppio della guerra e E qui sono cominciati miei guai (5 capitoli) in cui le atrocità dell’Olocausto emergono in tutta la loro brutalità.
Dal 2000 la casa editrice Einaudi ha messo in commercio un unico volume, la cui ultima edizione si preoccupa, mediante un’accurata traduzione, di trasmettere non solo informazioni di contenuto ma anche tutte le sensazioni che il testo in lingua originale, narrato dalla parlata ebraico-newyorkese di Vladeck, suscitava nel lettore.

Maus è una graphic novel autobiografica che si sviluppa su due livelli: il primo, ambientato durante gli anni della stesura del romanzo, in cui emergono sia aspetti relativi al difficile rapporto tra Art ed il padre sia le conseguenze che la pubblicazione di Mio padre sanguina ha sull’autore; il secondo, conoscibile grazie ai flashback generati dal racconto di Vladeck, è ambientato durante gli anni della guerra e narra la faticosa vita di Vladeck e Anja (genitori di Art), delle loro famiglie e di tutti gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Passato e presente sono costantemente intrecciati, le conseguenze dell’Olocausto sono intergenerazionali e per le generazioni successive non voltarsi indietro, non chiedere, è impossibile. Art cerca di dare forma alle atroci cicatrici nell’animo del padre senza tuttavia voler dare una chiave di lettura particolare. Disegna e scrive per mostrare. Non c’è altro da aggiungere.
L’orrore non ha bisogno di altro, basta a sé stesso.

Interessante e struggente la scelta di rappresentare i personaggi mediante la metafora del mondo animale: gli ebrei sono topi, i tedeschi sono gatti, gli americani sono cani, i polacchi sono maiali ed i francesi sono rane. In realtà dietro a questa scelta allegorica che a primo impatto potrebbe sembrare banale c’è una serie di rimandi culturali e letterali che solo dopo essermi minuziosamente informata ho potuto cogliere e comprendere a pieno.

“Mickey Mouse è il più miserevole ideale mai esistito… I sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e a ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo, il peggiore portatore di malattie del regno animale, non può essere il tipo ideale di animale… Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!” 
da un articolo di giornale, Pomerania, Germania, a metà degli anni Trenta

maus_14

 “I simboli che uso per le diverse nazionalità in questo libro non sono i miei. Li ho presi in prestito dai Tedeschi (…) Il vero soggetto del libro è l’uguaglianza tra gli esseri umani. E’ una follia separare nettamente le cose con demarcazioni di carattere nazionale o razziale.”
Art Spiegelman durante un’intervista

Il bianco ed il nero di cui sono composte tutte le tavole valorizzano ulteriormente la drammaticità di ciò che si sta leggendo, rendendo Maus estremamente realistico e doloroso. I disegni sono ricchi di dettagli, il tratto scuro e deciso taglia la pagina e, con lei, anche noi.

In questo libro Spiegelman vuole realizzare la sua vendetta personale contro i colpevoli dell’orrore che ha distrutto la vita dei suoi genitori, rendendoli incapaci di stabilire un rapporto funzionale con lui. A tal proposito, l’ultima tavola del libro (pp. 292) è, forse, la più straziante di tutte poiché conferma come, dopo aver vissuto certe crudeltà, l’essere sopravvissuti sia totalmente relativo.

Non trovo nessun motivo per rimandare la lettura di questo romanzo a fumetti.
E’ meraviglioso in tutta la sua sofferenza.

★★★★★

 

Buoni propositi letterali – 2017

Non mi sono mai impegnata nello stilare liste dei buoni propositi, non ne ho mai sentito la necessità. Quest’anno, invece, sento il bisogno di porre ordine nella mia vita, di creare un senso anche alle piccole cose per poter raggiungere obiettivi in modo più sereno ed efficace.

e64323004726f1cc933d55f82a08e726
Ieri mi sono trovata davanti alla mia libreria con carta e penna e, dopo aver selezionato le letture per la Top 10 dell’anno appena trascorso, mi sono appuntata tutti i libri che ho acquistato nel corso degli anni ma non ho ancora letto.

  • Delitto e castigo, F. Dostoevskij (in lettura)
  • Cime tempestose, E. Bronte
  • Il deserto dei tartari, D. Buzzati
  • Emma, J. Austen
  • Persuasione, J. Austen
  • Ragione e sentimento, J. Austen
  • Mansfield Park, J. Austen
  • L’abbazia di Northanger, J. Austen
  • Ultime lettere di Jacopo Ortis, U. Foscolo
  • Addio alle armi, E. Hemingway
  • Capolavori (Vol. I e II), W. Shakespeare
  • La bellezza delle cose fragili, T. Selasi
  • La Ferocia, N. Lagioia
  • Nove racconti, J. D. Salinger (per ora ho letto solo i primi tre)
  • Come Dio comanda, N. Ammaniti
  • La frantumaglia, E. Ferrante
  • La nausea, J. P. Sartre

Graphic novel:
– MAUS, Art Spiegelman
– Appunti per una storia di guerra, GIPI
– Gli ignoranti, E. Davodeau

5ded74425f706544ae261916a60f556e

Ecco, dunque, la mia promessa a me stessa, nonché buon proposito per il 2017: una piccola (?!) lista con indicazioni sui libri da leggere:

  • Leggere almeno 3 tragedie di Shakespeare (#maratonashakespeariana)
  • Leggere almeno 3 libri di Philip Roth (#lascalatadeiRoth)
  • Leggere almeno 3 classici
  • Leggere almeno 3 graphic novel
  • Leggere almeno 3 libri in ebook
  • Leggere almeno 3 nuove uscite
  • Leggere almeno 6 libri già presenti in libreria

ce67a52f8f8532d877688d9b17f6e75c
E voi? Avete buoni propositi, letterari e non, per il nuovo anno?
Della mia TBR avete già letto qualche titolo?
Accetto consigli!

Top 10 – I migliori libri letti nel 2016

52e574ee0a95af261898ac6a33ab7009

IL 2016 è stato un anno di lettura lenta ma costante.
Il bilancio non merita una standing ovation ma sono comunque soddisfatta: ho letto 23 libri, tra cui diverse graphic novel. Mi sono approcciata a nuovi autori e ne ho approfonditi altri, già conosciuti ed amati. Ho dedicato tempo ed energie su tematiche relative al mio corso di studi ma mi sono ritagliata del tempo anche per entrare in altri mondi, talvolta magici, talvolta strazianti, talvolta divertenti. Ho sempre cercato di approcciarmi ad ogni pagina stampata con un atteggiamento critico, senza tuttavia impedire all’autore di stupirmi.

Complessivamente il 2016 si è rivelato un anno di letture (ma non solo, fortunatamente) positivo: quasi tutti i libri letti mi hanno lasciato dentro qualcosa.

31a3d1a5e8ad6dbb277d6d2c092b7fff

Vi propongo pertanto una selezione (non sono in ordine di preferenza) dei dieci titoli che mi sento di consigliarvi.

Sette minuti dopo la mezzanotte, S. Doew e P. Ness: Nasce come libro per ragazzi, vive come libro che dovrebbe essere letto dal mondo intero. Tratta argomenti dolorosi quali la malattia terminale, la paura, il senso di colpa, la morte. Non trovo alcun buon motivo per rimandarne la lettura.

La figlia sbagliata, R. Romagnolo: Speravo che Raffaella Romagnolo vincesse il Premio Strega 2016 con questo romanzo (*). Una madre, un padre, un figlio ed una figlia – sbagliata-. Quattro giornate e tanti flashback. Psicologia dei personaggi impeccabile. Dinamiche familiari ben sviluppate. Finale crudo ma inevitabile.

Lacci, D. Starnone: Primo libro letto di Starnone, non vedo l’ora di recuperare gli altri. Parla del dolore che diviene intergenerazionale. Parla di un matrimonio, dei tentativi di cucirlo, scucirlo, rammentarlo e, soprattutto, parla di tutte quelle emozioni che circondano i vari fili della medesima e dolorosa tela. (*)

L’animale morente, P. Roth: Non è solo una storia di sesso, non è solo una storia d’amore che fa fatica a riconoscere l’alterità, non è solo una storia di un uomo incapace di assumere il ruolo di marito e di padre, non è nemmeno solo una storia di una vita. E’ tutto questo, certo, ma molto di più. (*) #LascalatadeiRoth

Eveyman, P. Roth: Una storia di un uomo qualunque nella parte più dolorosa del ciclo di vita: la sua chiusura. (*#LascalatadeiRoth

Storia del nuovo cognome, E. Ferrante: La saga dell’amica geniale mi ha accompagnato durante i mesi estivi anche se, devo avvisare, si lascia leggere con voracità. Ho scelto di inserire nella Top10 il secondo volume poiché il primo è stata una piacevole rilettura. Non so se esista qualcuno al mondo che ancora non si sia approcciato a questa tetralogia ma, se per caso dovesse esistere, MALE. Recuperare subito.

Otello, W. Shakespeare: La mia #maratonashakesperiana è miseramente naufragata senza una spiegazione logica e sensata alla quarta tragedia. Essa mi ha tuttavia concesso di approfondire le opere del Bardo, studiato più o meno grossolanamente tra i banchi del liceo. Sono rimasta piacevolmente colpita per la costante attualità dei temi trattati ed uno dei buoni propositi letterali del 2017 sarà certamente quello di proseguire con la maratona, nonostante l’anno di ritardo. (*)

Ho deciso di citare anche alcune graphic novel che mi hanno profondamente commossa. Paco Roca è stata una piacevole scoperta, Zerocalcare una straordinaria conferma. Sono straordinariamente belle, tutte e tre. Le parole non bastano per spiegare quello che i disegni sono riusciti ad esprimere.

Rughe, P. Roca: Alzheimer, demenza senile e l’essere anziani al giorno d’oggi. Contiene la mia tavola preferita in assoluto.

La casa, P. Roca: Una famiglia ed il valore dei ricordi.

Kobane Calling, Zerocalcare (*): Non saprei nemmeno come descriverlo. La realtà attraverso i disegni.

c2f913387540d0b7f2d6fdae706548eb

L’animale morente

 

 

  Consumami il cuore; malato di desiderio 
     E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.
Byzantium – W. B. Yeats

Roth è un colpo di fulmine letterario.
Una volta che lo scopri non ne puoi più fare a meno.

L’animale morente, con le sue 113 pagine, racconta la storia del famoso professor David Kepesh e del suo incontro con la giovane studentessa Consueta Castillo. Non fatevi ingannare, non c’è nulla di banale o scontato. Non è solo una storia di sesso, non è solo una storia d’amore che fa fatica a riconoscere l’alterità, non è solo una storia di un uomo incapace di assumere il ruolo di marito e di padre, non è nemmeno solo una storia di una vita. E’ tutto questo, certo, ma molto di più.
L’abilità di Roth sta nell’essere riuscito a racchiudere in un così esiguo numero di pagine un mondo immenso. La psicologia dei personaggi è minuziosamente definita, la sofferenza che caratterizza alcuni eventi è palpabile, dilania il lettore lasciandolo inerme.

Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa.

La figlia sbagliata

 

Leggere La figlia sbagliata della Romagnolo, candidato al Premio Strega 2016, dopo Lacci di Starnone ha contribuito a far restare la mia mente ingarbugliata all’interno di dinamiche familiari disfunzionali e circoli viziosi di estrema sofferenza intergenerazionale.
Diciamolo subito, chiaro e tondo: la Romagnolo è stata straordinaria. E’ riuscita a tessere una tela complessa ma precisa degli eventi e della psicologia dei personaggi facendoli crescere, maturare, cambiare sotto ai nostri occhi. C’è un filo rosso che collega tutti gli eventi che non si spezza mai: ogni azione o emozione dei protagonisti è correlata ad altre azioni ed emozioni ben precise e rintracciabili nello spazio-tempo delle dinamiche familiari.
Andiamo per ordine: la copertina è bellissima. Grafica, essenziale, con gli elementi salienti del romanzo già presentati sottoforma di disegno. Il rebus ci rimanda immediatamente alla Settimana Enigmistica che, all’interno delle vicende, detiene un ruolo significativo. Sul retro-copertina, invece, vi è stampata una spirale sulla quale sono indicate le date più significative delle vite dei personaggi. La trama, infatti, si distribuisce su quattro giornate ma, tra una giornata e l’altra, vi sono dei flashback che ci consentono di scoprire cosa sta dietro al qui ed ora aiutandoci pertanto a comprendere la personalità ed i sentimenti dei protagonisti in modo profondo e progressivo.

 

 

Protagonista della vicenda è la famiglia Polizzi composta da Ines, vertice del sistema familiare sotto la quale si posizionano gerarchicamente tutti gli altri, Pietro, gran lavoratore ora in pensione che mantiene una posizione quasi di spettatore all’interno della struttura familiare, ed i loro figli Vittorio (amato e venerato) e Riccarda(sbagliata e rifiutata anche nel nome).
Il libro inizia con la morte improvvisa di Pietro Polizzi: un infarto lo stronca mentre la moglie sta lavando i piatti e gli dà le spalle. Quando Ines se ne accorge non fa nulla: non chiede aiuto, non avvisa nessuno, non entra nel panico. Dà semplicemente il via alla narrazione delle vicende della loro famiglia.

 

Ines mi ricorda quelle donne che arrivano in terapia con la figlia anoressica o tossicodipendente o con dei tic molto evidenti ed invalidanti: l’estremo controllo e l’assenza di alterità nella relazione educativa non porta mai a qualcosa di buono. Chiariamolo.
Ines infatti rende la sua vita ragionevole: tutto ciò che fa non viene dal cuore o da motivazioni positive ma dalla semplice e sterile ragionevolezza. Questo dogma lo proietta sui suoi figli mediante un controllo spasmodico ed una totale incapacità di leggere i loro reali bisogni: Vittorio collude con lei, diventando quel bambino così perfetto da renderla la donna più orgogliosa al mondo; Riccarda, in qualche modo protetta dal fratello che le fa da scudo, ha la forza e la possibilità di ribellarsi, con la conseguente esclusione dall’amore materno.
“Mamma sta facendo quella faccia e Vittorio sente di non avere scampo. -Sì- le dice.”
“A volte, con la mamma, Vittorio va in confusione.”
Con una madre così intrusiva ed un padre così evitante (Pietro si ammazza di lavoro piuttosto che stare a casa con Ines, rinunciando pertanto anche alla sua funzione genitoriale), infatti, Vittorio non è in grado di distinguere i suoi desideri e bisogni da quelli della madre. Si crea una diade simbiotica carica di sofferenza che impedirà a Vittorio di crescere veramente, di maturare, di seguire la sua strada. Riccarda, al contrario, grazie ad una costante ribellione riuscirà a seguire il suo istinto e a fare ciò che ama, per questo verrà additata come sbagliata.

 

Il talento è un tema centrale del romanzo perché Ines impedisce con il suo dogma della ragionevolezza di lasciare che il talento prenda il suo spazio: sopprime il suo talento (per il disegno), quello di Vittorio (per il nuoto) ma non quello di Riccarda (per la recitazione). Ines ritiene che il talento non sia sicuroconcreto, sensato. Ma può una vita essere felice se deve essere costantemente circoscritta all’interno di paletti sicuri e ragionevoli?
La Romagnolo, con La figlia sbagliata, ci insegna di no.

“All’illusione non c’è sollievo, è la cosa peggiore della vita.”
Ho letto alcune recensioni in cui si sosteneva l’idea che il finale lasciasse le mani del lettore vuote. Non sono sicura che, in tal caso, sia stata davvero compresa la profondità delle vicende narrate e la carica emotiva che caratterizza questa famiglia. Il finale, infatti, era inevitabile ed ha chiuso il cerchio: ogni azione ed emozione vissuta nella storia familiare ha avuto la sua corrispondente e tragica conseguenza.

Lacci

 

La mia passione per le dinamiche familiari è ormai nota, ci sto costruendo una vita professionale attorno. Durante le terapie familiari a cui assisto nel mio ruolo di tirocinante emergono sempre tanti sentimenti: sofferenza, senso di colpa, gratitudine, paura, accondiscendenza, gioia; tutta questa carica emotiva si incanala in una sola via, quella dei legami familiari. La famiglia ci influenza nel bene e nel male e ad essa saremo sempre correlati. Anche, per esempio, la volontà di rompere totalmente con le proprie origini comporterà una costante messa in gioco di esse mediante un’ottica di diniego e rifiuto. Ciò che noi siamo, siamo stati e saremo dipenderà sempre da quello che è accaduto a coloro che ci hanno preceduto, come gocce di rugiada che cadono dai rami ed riempiono lo stesso vaso di Pandora. In terapia il vaso di Pandora lo si apre insieme ed insieme lo si cerca di affrontare nella sua totalità, Starnone ha invece messo il vaso di Pandora nero su bianco, parola dopo parola, intessendo una rete di sentimenti così straziatamente umani da lasciarci inermi.
lacci-domenico-starnone-2
Lacci è infatti la storia di una famiglia analizzata da tre diversi punti di vista: tutti i membri della famiglia nucleare danno voce al proprio modo di percepire la medesima realtà, senza filtri e censure.
Parla di un matrimonio, di tentativi di cucirlo, scucirlo, rammentarlo e, soprattutto, parla di tutte quelle emozioniche circondano i vari fili della medesima e dolorosa tela.
La prima parte è esposta in forma epistolare e la voce narrante, nonché mittente delle lettere, è Vanda, la moglie. Si evince che il marito l’abbia lasciata per un’altra donna molto più giovane di lei. L’abbandono e la conseguente sofferenza sono aspetti che subito colpiscono l’occhio ed il cuore del lettore. Si stanno leggendo le parole di una donna dilaniata dal dolore, che tenta di alzare la testa ma, poco dopo, la riabbassa, sfinita.
La seconda parte del romanzo prende i lineamenti del marito, uomo di base inetto, che tenta più o meno subdolamente di non assumersi responsabilità alcuna nel costante tentativo di mantenere il proprio benessere sull’altare.
La terza ed ultima parte dà infine voce ai figli, spettatori apparentemente silenziosi e passivi delle dinamiche dei genitori.

 

«Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara solo perché l’hai semplificata.»
La realtà è questa: tale romanzo l’ho adorato e divorato.
La prosa di Starnone è straordinaria, la sua capacità di analizzare la psicologia dei personaggi, sviscerando i loro vissuti anche mediante un’ottica intergenerazionale (aspetto essenziale se si vuole trattare tematiche familiari), è degna di nota. I personaggi sono così reali, così umani, da risultare quasi antipatici. Sì, antipatici. E forse questa è l’unica pecca di Lacci: non c’è speranza in queste dinamiche, non c’è un’azione propositiva, non c’è gratuità, non c’è gioia di vivere. C’è solo il seme del male, della vendetta e dell’inerzia che passa dai genitori ai figli.
Vi è una figura femminile da una struttura di personalità depressa con tratti passivo-aggressivi. Si ciba della vendetta, incurante del benessere suo, dei suoi figli, di suo marito.
«Dopo un po’, certo, si ricompose, si ricomponeva sempre. Ma ad ogni ricomposizione sentivo che aveva perso qualcosa di sé.»
La figura maschile è invece caratterizzata da una costante inerzia, da un rifiuto delle responsabilità di adulto, di marito, di padre. Ciò che li accomuna è la totale assenza di alterità. La sofferenza ed i sacrifici degli altri non li vedono, troppo concentrati su sé stessi, nel bene e nel male; e senza alterità non c’è speranza, ricordiamolo. Li accomuna anche un’estrema insicurezza: lei si appiglia a lui sempre e costantemente, nel bene e nel male; Vanda senza suo marito non sarebbe Vanda. Lui d’altro canto si appiglia a tutto ciò che nel qui ed ora gli appare più sicuro: la moglie, l’amante, il lavoro, ciclicamente. Non c’è comunicazione, non c’è rispetto né di sé né dell’altro. C’è solo una totale passività, un lasciarsi vivere.
Anche il ruolo genitoriale ed educativo ha un aspetto cruciale. Essi fanno, infatti, tutto ciò che non si dovrebbe fare durante una separazione: mettono tra loro i figli, un po’ come scudo, un po’ come arma, un po’ come alleati. Non essendoci né alterità né comunicazione non c’è cogenitoralità e, come precedentemente detto, il seme del male diviene intergenerazionale.
Certo, il finale nel suo totale stupore, dà un barlume di speranza sebbene avvenga nella totale tempesta.
«C’è una distanza che conta più dei chilometri e forse degli anni luce, è la distanza dei cambiamenti.»