Stoner

Io arrivo sempre in ritardo, in qualsiasi cosa. Soprattutto nella lettura di libri belli come questo. [Anche se poi il ritardo è relativo se consideriamo che questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1965, vendendo solo duemila copie (?!), per poi essere ripubblicato nel 2003 dalla Vintage Classics e nel 2012 dalla Fazi editore.]

Ad oggi è considerato uno dei casi editoriali più eclatanti degli ultimi anni, nonché un capolavoro della letteratura americana del Novecento. E a ragione, naturalmente.

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A Stoner si vuole bene, ma proprio tanto.

Jhon Williams ci accompagna nella tranquilla, monotona e forse mediocre vita di un uomo che vorresti abbracciare, entrando nelle pagine e nei caratteri stampati.
A Stoner ci si affeziona perché è un uomo profondamente buono, sebbene passivo e con un’incomprensibile tendenza ad accontentarsi di ciò che ha, anche quando gli sta stretto, anche quando lo soffoca: egli vede i binari della sua vita presente, passata e futura e su quei binari continuerà a camminare.

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano già appreso prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

Erano entrambi molto timidi e si conobbero lentamente, con cautela. Si avvicinavano e poi si allontanavano, si toccavano e si ritraevano immediatamente, per paura di imporsi l’uno all’altra più di quanto non fosse desiderato. Giorno dopo giorno, ogni riserva tra loro si sciolse e alla fine, come ogni persona timida, si aprirono l’un l’altra senza più difese, fino a sentirsi perfettamente a loro agio.

Una vita in trecentoventidue pagine in cui si parla di famiglia, di percorsi formativi, di letteratura, di scelte, di vita matrimoniale e di amore vero, di guerra e di morte.

Una guerra non solo uccide qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaia di giovani. Uccide anche qualcosa dentro le persone, qualcosa che non si può più recuperare.

Tra le mie parti preferite ci sono senza dubbio i capitoli relativi al rapporto con Katherine, durante i quali gioivo per quei genuini ritagli di felicità nella vita del caro Stoner; i momenti trascorsi con la figlia Grace nel suo studio, padre e figlia silenziosi e complici; l’amicizia con Gordon Finch, costante sebbene non intrusiva e, infine, le pagine finali, in cui William fa un cosciente bilancio della sua vita senza rancore, paura o rabbia.
E sì, la morte di Stoner commuove.
Si avrebbe voluto di più per lui, una felicità travolgente e rivoluzionaria, ma la pacatezza di William Stoner negli ultimi momenti della sua vita tranquillizza anche noi, che quasi giustifichiamo l’antipatia di Edith, l’arroganza di Lomax e la spocchiatezza di Walker. (No, non è vero. Lomax e Walker non li giustificheremo mai!). Il solo vero rimpianto resta la cara Grace, unico destino tragico della vicenda: sulle sue spalle pesano la rigidità, la freddezza e l’assenza di empatia della madre oltre che l’inettitudine del padre, che con la sua astensione dal rapporto con lei non l’ha protetta, non l’ha fatta sentire amata e in un modo o nell’altro ha contribuito nella sua discesa verso il baratro.

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Peter Cameron dice che “Stoner attraversa con grazia leggera e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda” ed io non avrei saputo descriverlo meglio.

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Follia

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Patrick McGrath è uno scrittore inglese contemporaneo, figlio di uno psichiatra che lavorò per molti anni presso manicomi criminali e che pertanto respirò a fondo, fin dalla prima infanzia, il contesto della malattia mentale.
L’autore, nel presente romanzo, sfrutta tutta la sua esperienza diretta per far assumere al lettore una prospettiva nuova, quella del medico psichiatra che sa, osserva, ipotizza e infine agisce.

Follia è il suo primo romanzo che leggo e me ne sono immediatamente innamorata.
Quattro elementi per spiegare la trama (come al solito non amo soffermarmi su questo aspetto, per i più curiosi vi rimando qui , alla quarta di copertina): un manicomio psichiatrico, un’equipe di specialisti, la famiglia di uno psichiatra, un paziente con una diagnosi di disturbo di personalità paranoide ed un violento uxoricidio alle spalle.
Mettete tutti gli elementi in un barattolo, chiudete il coperchio, scuotete con forza: quello che risulterà saranno duecentonovantasei pagine di ammalianti tornenti.

Ho notato che la mia chiave di lettura è stata diversa da quella della maggior parte delle persone (deformazione professionale?): non considero infatti questo romanzo come la prova del “fin dove l’amore può arrivare”, anzi.
Non credo che Follia tratti d’amore, tutt’altro. Follia a mio parere parla della malattia mentale, di come talvolta essa possa essere palese, come nei disturbi psichiatrici (ed il povero Edgar Stark ne è la prova, con i suoi deliri, le sue ossessioni, la sua violenza) e di come invece, talvolta, essa possa essere più subdola ma comunque presente (come nel caso della bella Stella Raphael). Stella presenta una personalità fragile fin dal principio, per motivazioni a noi sostanzialmente sconosciute, precedenti alle vicende narrate. L’incontro con Edgar è come se avesse dato il via ad un effetto domino in un contesto che era già di per sé a rischio. Su questo punto spero di essere chiara: la malattia mentale non nasce dall’oggi al domani ma si sviluppa su un terreno fertile, affaticato per altri mille motivi più o meno passati (vedi teoria dell’attaccamento, vedi MOI, vedi strutture e funzionamento della personalità).

Non sapeva descrivermi cosa si erano detti senza parlare in quei pochi secondi, prima che il loro pensiero tornasse a banalità […] In quell’attimo sospeso, nel patto che avevano stretto senza parole, Stella aveva sentito infrangersi i loro ego separati, e le loro identità fondersi l’una nell’altra: adesso fra lei e Edgar non c’era più differenza, ormai erano una cosa sola, erano, come aveva detto? Inseparabili…

Non è pertanto un romanzo sulle conseguenze dell’amore ma sulle mille sfumature della malattia mentale.

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Molto interessante anche la figura di Peter Cleave, il medico psichiatra (nonché voce narrante) che terrà in cura sia Edgar sia Stella. Ho notato fin da subito tracce di onnipotenza rispetto alla sua figura professionale ma, l’aspetto forse più intrigante del personaggio, ritengo sia l’aver mostrato quanto sia difficile separare la vita privata da quella lavorativa: nel rapporto con Stella, infatti, i sentimenti e le vicende antecedenti la sua malattia confondono la mente del medico e, conseguentemente, lo portano ad effettuare diagnosi parzialmente errate.

La tragedia è un aspetto della vita meno raro di quanto a volte si creda.

Riassumendo:
E’ un libro che si legge tutto d’un fiato? Assolutamente sì.
E’ un libro con molteplici livelli di lettura? Assolutamente sì.
E’ un libro emotivamente forte? Assolutamente sì.
Lo consiglio? Assolutamente sì.

★★★★☆

Maus di Art Spiegelman

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Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.
(Questa  frase si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau)

La realtà dell’Olocausto mi ha da sempre profondamente segnato, fin da quando, a dieci anni, iniziai a leggere Diario di Anne Frank. Ai tempi facevo fatica a comprendere il perché degli eventi, a dare un senso alle vicende. D’altronde, nelle fiabe i buoni vincono sempre ed i cattivi non sono mai così cattivi. Mi informavo, leggevo, cercavo fotografie, chiedevo ai miei nonni cosa fosse davvero la seconda guerra mondiale. Ad oggi la maturità e gli studi di psicologia mi offrono qualche risposta in più ma, nonostante tutto, quel nodo a livello dello stomaco è sempre presente ogni volta che si parla di genocidio.

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Maus è un romanzo a fumetti che mi ha messa al muro. E’ davvero difficile per me, ora, a fine lettura, trovare le parole.
Art Spiegelman (1948) iniziò a lavorarvi dagli anni ’70, per poi pubblicarlo a puntate tra il 1980 ed il 1991 tramite la casa editrice statunitense Raw (fondata dallo stesso Spiegelman e dalla moglie Françoise Mouly). Le edizioni iniziali, compresa quella italiana a cura della casa editrice Milano Libri, presentavano l’opera divisa in due volumi: Mio padre sanguina storia (6 capitoli) in cui viene presentato il protagonista, Vladeck (padre dell’autore), ed in cui si mostra l’inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei in Polonia degli anni precedenti allo scoppio della guerra e E qui sono cominciati miei guai (5 capitoli) in cui le atrocità dell’Olocausto emergono in tutta la loro brutalità.
Dal 2000 la casa editrice Einaudi ha messo in commercio un unico volume, la cui ultima edizione si preoccupa, mediante un’accurata traduzione, di trasmettere non solo informazioni di contenuto ma anche tutte le sensazioni che il testo in lingua originale, narrato dalla parlata ebraico-newyorkese di Vladeck, suscitava nel lettore.

Maus è una graphic novel autobiografica che si sviluppa su due livelli: il primo, ambientato durante gli anni della stesura del romanzo, in cui emergono sia aspetti relativi al difficile rapporto tra Art ed il padre sia le conseguenze che la pubblicazione di Mio padre sanguina ha sull’autore; il secondo, conoscibile grazie ai flashback generati dal racconto di Vladeck, è ambientato durante gli anni della guerra e narra la faticosa vita di Vladeck e Anja (genitori di Art), delle loro famiglie e di tutti gli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Passato e presente sono costantemente intrecciati, le conseguenze dell’Olocausto sono intergenerazionali e per le generazioni successive non voltarsi indietro, non chiedere, è impossibile. Art cerca di dare forma alle atroci cicatrici nell’animo del padre senza tuttavia voler dare una chiave di lettura particolare. Disegna e scrive per mostrare. Non c’è altro da aggiungere.
L’orrore non ha bisogno di altro, basta a sé stesso.

Interessante e struggente la scelta di rappresentare i personaggi mediante la metafora del mondo animale: gli ebrei sono topi, i tedeschi sono gatti, gli americani sono cani, i polacchi sono maiali ed i francesi sono rane. In realtà dietro a questa scelta allegorica che a primo impatto potrebbe sembrare banale c’è una serie di rimandi culturali e letterali che solo dopo essermi minuziosamente informata ho potuto cogliere e comprendere a pieno.

“Mickey Mouse è il più miserevole ideale mai esistito… I sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e a ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo, il peggiore portatore di malattie del regno animale, non può essere il tipo ideale di animale… Basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse! Indossate la svastica!” 
da un articolo di giornale, Pomerania, Germania, a metà degli anni Trenta

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 “I simboli che uso per le diverse nazionalità in questo libro non sono i miei. Li ho presi in prestito dai Tedeschi (…) Il vero soggetto del libro è l’uguaglianza tra gli esseri umani. E’ una follia separare nettamente le cose con demarcazioni di carattere nazionale o razziale.”
Art Spiegelman durante un’intervista

Il bianco ed il nero di cui sono composte tutte le tavole valorizzano ulteriormente la drammaticità di ciò che si sta leggendo, rendendo Maus estremamente realistico e doloroso. I disegni sono ricchi di dettagli, il tratto scuro e deciso taglia la pagina e, con lei, anche noi.

In questo libro Spiegelman vuole realizzare la sua vendetta personale contro i colpevoli dell’orrore che ha distrutto la vita dei suoi genitori, rendendoli incapaci di stabilire un rapporto funzionale con lui. A tal proposito, l’ultima tavola del libro (pp. 292) è, forse, la più straziante di tutte poiché conferma come, dopo aver vissuto certe crudeltà, l’essere sopravvissuti sia totalmente relativo.

Non trovo nessun motivo per rimandare la lettura di questo romanzo a fumetti.
E’ meraviglioso in tutta la sua sofferenza.

★★★★★

 

Buoni propositi letterari – 2017

Non mi sono mai impegnata nello stilare liste dei buoni propositi, non ne ho mai sentito la necessità. Quest’anno, invece, sento il bisogno di porre ordine nella mia vita, di creare un senso anche alle piccole cose per poter raggiungere obiettivi in modo più sereno ed efficace.

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Ieri mi sono trovata davanti alla mia libreria con carta e penna e, dopo aver selezionato le letture per la Top 10 dell’anno appena trascorso, mi sono appuntata tutti i libri che ho acquistato nel corso degli anni ma non ho ancora letto.

  • Delitto e castigo, F. Dostoevskij (in lettura)
  • Cime tempestose, E. Bronte
  • Il deserto dei tartari, D. Buzzati
  • Emma, J. Austen
  • Persuasione, J. Austen
  • Ragione e sentimento, J. Austen
  • Mansfield Park, J. Austen
  • L’abbazia di Northanger, J. Austen
  • Ultime lettere di Jacopo Ortis, U. Foscolo
  • Addio alle armi, E. Hemingway
  • Capolavori (Vol. I e II), W. Shakespeare
  • La bellezza delle cose fragili, T. Selasi
  • La Ferocia, N. Lagioia
  • Nove racconti, J. D. Salinger (per ora ho letto solo i primi tre)
  • Come Dio comanda, N. Ammaniti
  • La frantumaglia, E. Ferrante
  • La nausea, J. P. Sartre

Graphic novel:
– MAUS, Art Spiegelman
– Appunti per una storia di guerra, GIPI
– Gli ignoranti, E. Davodeau

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Ecco, dunque, la mia promessa a me stessa, nonché buon proposito per il 2017: una piccola (?!) lista con indicazioni sui libri da leggere:

  • Leggere almeno 3 tragedie di Shakespeare (#maratonashakespeariana)
  • Leggere almeno 3 libri di Philip Roth (#lascalatadeiRoth)
  • Leggere almeno 3 classici
  • Leggere almeno 3 graphic novel
  • Leggere almeno 3 libri in ebook
  • Leggere almeno 3 nuove uscite
  • Leggere almeno 6 libri già presenti in libreria

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E voi? Avete buoni propositi, letterari e non, per il nuovo anno?
Della mia TBR avete già letto qualche titolo?
Accetto consigli!

Top 10 – I migliori libri letti nel 2016

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IL 2016 è stato un anno di lettura lenta ma costante.
Il bilancio non merita una standing ovation ma sono comunque soddisfatta: ho letto 23 libri, tra cui diverse graphic novel. Mi sono approcciata a nuovi autori e ne ho approfonditi altri, già conosciuti ed amati. Ho dedicato tempo ed energie su tematiche relative al mio corso di studi ma mi sono ritagliata del tempo anche per entrare in altri mondi, talvolta magici, talvolta strazianti, talvolta divertenti. Ho sempre cercato di approcciarmi ad ogni pagina stampata con un atteggiamento critico, senza tuttavia impedire all’autore di stupirmi.

Complessivamente il 2016 si è rivelato un anno di letture (ma non solo, fortunatamente) positivo: quasi tutti i libri letti mi hanno lasciato dentro qualcosa.

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Vi propongo pertanto una selezione (non sono in ordine di preferenza) dei dieci titoli che mi sento di consigliarvi.

Sette minuti dopo la mezzanotte, S. Doew e P. Ness: Nasce come libro per ragazzi, vive come libro che dovrebbe essere letto dal mondo intero. Tratta argomenti dolorosi quali la malattia terminale, la paura, il senso di colpa, la morte. Non trovo alcun buon motivo per rimandarne la lettura.

La figlia sbagliata, R. Romagnolo: Speravo che Raffaella Romagnolo vincesse il Premio Strega 2016 con questo romanzo (*). Una madre, un padre, un figlio ed una figlia – sbagliata-. Quattro giornate e tanti flashback. Psicologia dei personaggi impeccabile. Dinamiche familiari ben sviluppate. Finale crudo ma inevitabile.

Lacci, D. Starnone: Primo libro letto di Starnone, non vedo l’ora di recuperare gli altri. Parla del dolore che diviene intergenerazionale. Parla di un matrimonio, dei tentativi di cucirlo, scucirlo, rammentarlo e, soprattutto, parla di tutte quelle emozioni che circondano i vari fili della medesima e dolorosa tela. (*)

L’animale morente, P. Roth: Non è solo una storia di sesso, non è solo una storia d’amore che fa fatica a riconoscere l’alterità, non è solo una storia di un uomo incapace di assumere il ruolo di marito e di padre, non è nemmeno solo una storia di una vita. E’ tutto questo, certo, ma molto di più. (*) #LascalatadeiRoth

Eveyman, P. Roth: Una storia di un uomo qualunque nella parte più dolorosa del ciclo di vita: la sua chiusura. (*#LascalatadeiRoth

Storia del nuovo cognome, E. Ferrante: La saga dell’amica geniale mi ha accompagnato durante i mesi estivi anche se, devo avvisare, si lascia leggere con voracità. Ho scelto di inserire nella Top10 il secondo volume poiché il primo è stata una piacevole rilettura. Non so se esista qualcuno al mondo che ancora non si sia approcciato a questa tetralogia ma, se per caso dovesse esistere, MALE. Recuperare subito.

Otello, W. Shakespeare: La mia #maratonashakesperiana è miseramente naufragata senza una spiegazione logica e sensata alla quarta tragedia. Essa mi ha tuttavia concesso di approfondire le opere del Bardo, studiato più o meno grossolanamente tra i banchi del liceo. Sono rimasta piacevolmente colpita per la costante attualità dei temi trattati ed uno dei buoni propositi letterali del 2017 sarà certamente quello di proseguire con la maratona, nonostante l’anno di ritardo. (*)

Ho deciso di citare anche alcune graphic novel che mi hanno profondamente commossa. Paco Roca è stata una piacevole scoperta, Zerocalcare una straordinaria conferma. Sono straordinariamente belle, tutte e tre. Le parole non bastano per spiegare quello che i disegni sono riusciti ad esprimere.

Rughe, P. Roca: Alzheimer, demenza senile e l’essere anziani al giorno d’oggi. Contiene la mia tavola preferita in assoluto.

La casa, P. Roca: Una famiglia ed il valore dei ricordi.

Kobane Calling, Zerocalcare (*): Non saprei nemmeno come descriverlo. La realtà attraverso i disegni.

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L’animale morente

 

 

  Consumami il cuore; malato di desiderio 
     E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.
Byzantium – W. B. Yeats

Roth è un colpo di fulmine letterario.
Una volta che lo scopri non ne puoi più fare a meno.

L’animale morente, con le sue 113 pagine, racconta la storia del famoso professor David Kepesh e del suo incontro con la giovane studentessa Consueta Castillo. Non fatevi ingannare, non c’è nulla di banale o scontato. Non è solo una storia di sesso, non è solo una storia d’amore che fa fatica a riconoscere l’alterità, non è solo una storia di un uomo incapace di assumere il ruolo di marito e di padre, non è nemmeno solo una storia di una vita. E’ tutto questo, certo, ma molto di più.
L’abilità di Roth sta nell’essere riuscito a racchiudere in un così esiguo numero di pagine un mondo immenso. La psicologia dei personaggi è minuziosamente definita, la sofferenza che caratterizza alcuni eventi è palpabile, dilania il lettore lasciandolo inerme.

Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa.

La figlia sbagliata

 

Leggere La figlia sbagliata della Romagnolo, candidato al Premio Strega 2016, dopo Lacci di Starnone ha contribuito a far restare la mia mente ingarbugliata all’interno di dinamiche familiari disfunzionali e circoli viziosi di estrema sofferenza intergenerazionale.
Diciamolo subito, chiaro e tondo: la Romagnolo è stata straordinaria. E’ riuscita a tessere una tela complessa ma precisa degli eventi e della psicologia dei personaggi facendoli crescere, maturare, cambiare sotto ai nostri occhi. C’è un filo rosso che collega tutti gli eventi che non si spezza mai: ogni azione o emozione dei protagonisti è correlata ad altre azioni ed emozioni ben precise e rintracciabili nello spazio-tempo delle dinamiche familiari.
Andiamo per ordine: la copertina è bellissima. Grafica, essenziale, con gli elementi salienti del romanzo già presentati sottoforma di disegno. Il rebus ci rimanda immediatamente alla Settimana Enigmistica che, all’interno delle vicende, detiene un ruolo significativo. Sul retro-copertina, invece, vi è stampata una spirale sulla quale sono indicate le date più significative delle vite dei personaggi. La trama, infatti, si distribuisce su quattro giornate ma, tra una giornata e l’altra, vi sono dei flashback che ci consentono di scoprire cosa sta dietro al qui ed ora aiutandoci pertanto a comprendere la personalità ed i sentimenti dei protagonisti in modo profondo e progressivo.

 

 

Protagonista della vicenda è la famiglia Polizzi composta da Ines, vertice del sistema familiare sotto la quale si posizionano gerarchicamente tutti gli altri, Pietro, gran lavoratore ora in pensione che mantiene una posizione quasi di spettatore all’interno della struttura familiare, ed i loro figli Vittorio (amato e venerato) e Riccarda(sbagliata e rifiutata anche nel nome).
Il libro inizia con la morte improvvisa di Pietro Polizzi: un infarto lo stronca mentre la moglie sta lavando i piatti e gli dà le spalle. Quando Ines se ne accorge non fa nulla: non chiede aiuto, non avvisa nessuno, non entra nel panico. Dà semplicemente il via alla narrazione delle vicende della loro famiglia.

 

Ines mi ricorda quelle donne che arrivano in terapia con la figlia anoressica o tossicodipendente o con dei tic molto evidenti ed invalidanti: l’estremo controllo e l’assenza di alterità nella relazione educativa non porta mai a qualcosa di buono. Chiariamolo.
Ines infatti rende la sua vita ragionevole: tutto ciò che fa non viene dal cuore o da motivazioni positive ma dalla semplice e sterile ragionevolezza. Questo dogma lo proietta sui suoi figli mediante un controllo spasmodico ed una totale incapacità di leggere i loro reali bisogni: Vittorio collude con lei, diventando quel bambino così perfetto da renderla la donna più orgogliosa al mondo; Riccarda, in qualche modo protetta dal fratello che le fa da scudo, ha la forza e la possibilità di ribellarsi, con la conseguente esclusione dall’amore materno.
“Mamma sta facendo quella faccia e Vittorio sente di non avere scampo. -Sì- le dice.”
“A volte, con la mamma, Vittorio va in confusione.”
Con una madre così intrusiva ed un padre così evitante (Pietro si ammazza di lavoro piuttosto che stare a casa con Ines, rinunciando pertanto anche alla sua funzione genitoriale), infatti, Vittorio non è in grado di distinguere i suoi desideri e bisogni da quelli della madre. Si crea una diade simbiotica carica di sofferenza che impedirà a Vittorio di crescere veramente, di maturare, di seguire la sua strada. Riccarda, al contrario, grazie ad una costante ribellione riuscirà a seguire il suo istinto e a fare ciò che ama, per questo verrà additata come sbagliata.

 

Il talento è un tema centrale del romanzo perché Ines impedisce con il suo dogma della ragionevolezza di lasciare che il talento prenda il suo spazio: sopprime il suo talento (per il disegno), quello di Vittorio (per il nuoto) ma non quello di Riccarda (per la recitazione). Ines ritiene che il talento non sia sicuroconcreto, sensato. Ma può una vita essere felice se deve essere costantemente circoscritta all’interno di paletti sicuri e ragionevoli?
La Romagnolo, con La figlia sbagliata, ci insegna di no.

“All’illusione non c’è sollievo, è la cosa peggiore della vita.”
Ho letto alcune recensioni in cui si sosteneva l’idea che il finale lasciasse le mani del lettore vuote. Non sono sicura che, in tal caso, sia stata davvero compresa la profondità delle vicende narrate e la carica emotiva che caratterizza questa famiglia. Il finale, infatti, era inevitabile ed ha chiuso il cerchio: ogni azione ed emozione vissuta nella storia familiare ha avuto la sua corrispondente e tragica conseguenza.